Caso giudiziario

Per Mano, la madre: «Ora mia figlia non ha più lividi»

Nel Cuneese depone una familiare: contestati anni di condotte ai danni di persone con autismo.

Per Mano, la madre: «Ora mia figlia non ha più lividi»

«Ora mia figlia non ha più lividi. Evidentemente non cade più». È la frase, amara e carica di dolore, pronunciata davanti al Tribunale di Cuneo dalla madre di una ragazza con autismo severo, livello 3. La donna è stata ascoltata come testimone nel procedimento che vede imputate dodici persone, tra dirigenti, coordinatori, infermieri ed educatori della cooperativa Per Mano di Borgo San Giuseppe, compresa la responsabile della struttura e la figlia.

Il processo riguarda presunti maltrattamenti fisici e psicologici, umiliazioni, contenzioni improprie, un uso ritenuto abnorme della stanza di decompressione e la somministrazione di farmaci non conformi alle procedure. L’indagine è iniziata nel 2019, dopo l’esposto di un’ex educatrice e le perquisizioni eseguite dalla Guardia di Finanza.

Il racconto della famiglia

La madre, costituitasi parte civile, ha ripercorso il periodo trascorso dalla figlia nella struttura, dal 1° gennaio 2017 al 23 aprile 2024. La giovane, alla quale era stato diagnosticato un autismo di livello 3 con elevato bisogno assistenziale, era stata inserita nella comunità dopo avere vissuto fino ai 17 anni con la famiglia. Inizialmente frequentava la struttura quattro giorni alla settimana, poi il soggiorno era diventato continuativo, con rientri a casa una volta al mese.

Secondo la testimone, ai genitori non era consentito accedere alla stanza della ragazza e gli incontri avvenivano sulla porta. La donna ha riferito di non essere stata informata delle crisi psicomotorie, dei contenimenti o di eventuali farmaci aggiuntivi somministrati per l’agitazione. A casa, ha spiegato, la figlia non aveva comportamenti violenti e non era solita procurarsi ferite. I lividi notati sul corpo venivano attribuiti dagli operatori a cadute, episodi di autolesionismo o contrasti con altri ospiti.

La madre ha inoltre descritto condizioni di scarsa cura personale, con abiti sporchi, non della taglia corretta o appartenenti ad altre persone, oltre a unghie di mani e piedi molto lunghe. Dalla documentazione dell’inchiesta avrebbe poi rilevato una distanza tra quanto previsto dalla carta dei servizi e l’assistenza effettivamente prestata. In particolare, nella struttura, a suo dire, non sarebbe stato presente il personale indicato nei documenti e la ragazza non avrebbe svolto le attività individuali previste per 15 ore al giorno.

Contenzioni e dimissioni

Tra gli elementi riferiti in aula c’è anche il timore della giovane per il buio, i temporali e i lampi. La madre ha detto che, in quelle situazioni, sarebbe stato necessario avvicinarsi con cautela, parlare piano o rimanere in silenzio. Dalle carte dell’indagine sarebbe invece emerso che la ragazza veniva obbligata a camminare con indumenti sugli occhi. La testimone ha parlato anche di un confronto con la dirigenza dopo le perquisizioni del 2019, quando ai genitori sarebbe stato riferito che si era trattato di un fatto inopportuno, senza la redazione di un verbale.

In un incontro del maggio 2023, organizzato dopo le preoccupazioni delle famiglie per la riduzione delle attività e il ricambio degli operatori, la madre avrebbe sentito dire che i genitori dovevano essere grati alla responsabile e alla figlia per il loro impegno. La donna ha replicato ricordando che l’assistenza era sostenuta da una retta pubblica di 7.800 euro al mese per ciascun ospite. Ha poi riferito di avere appreso con ritardo delle dimissioni della figlia, comunicate ai servizi sociali ma non direttamente a lei né all’Asl.

Dopo l’opposizione presentata dalla famiglia e il ricorso al giudice tutelare, la ragazza è stata trasferita nell’aprile 2024 in una nuova struttura della provincia di Torino. «Adesso non ha più lividi, viene tutti i sabati, è sempre pulita e profumata», ha concluso la madre.

Prima della sua deposizione è stato ascoltato un neuropsichiatra, già referente del Nucleo Autismo Adulti, che tra il 2018 e il 2019 aveva visitato gli ospiti della cooperativa con cadenza mensile. Il medico ha riferito di avere appreso dagli operatori che un ragazzo con tendenza alla fuga veniva fatto uscire con una tuta da montagna, utilizzata come mezzo di contenimento. Il teste ha definito la situazione al limite e ha indicato nell’elevato ricambio del personale un segnale delle difficoltà della struttura. La prossima udienza è fissata al 19 novembre, quando saranno ascoltati altri sette testimoni dell’accusa, tra cui familiari di altri ospiti.