In occasione del Giorno dei Defunti, l’artista Franco Gotta propone una riflessione sul rapporto tra la morte, la memoria e ciò che rimane di una persona dopo la scomparsa. Il pensiero accompagna la sua ultima opera pittorica, dedicata proprio alla ricorrenza e al ricordo di chi non è più presente.
Al centro del lavoro c’è una domanda intima: che cosa resterà di noi quando il corpo sarà cenere e la nostra presenza fisica si sarà dissolta? Gotta affida la risposta alla forza della memoria e alla traccia lasciata negli altri attraverso gli affetti, le relazioni e le esperienze condivise. I colori, nella sua riflessione, diventano il mezzo per conservare ciò che è stato amato e per consegnarlo a chi resta.
La memoria oltre la presenza fisica
Il testo collegato all’opera si apre con le parole Un pensiero a chi non c’è più e sviluppa una meditazione sulla condizione umana. La morte interrompe la presenza concreta, ma non cancella automaticamente il valore di una vita. Una volta lasciati alle spalle beni materiali, titoli e preoccupazioni quotidiane, ciò che resta viene individuato nell’impronta, spesso invisibile, impressa nell’esistenza delle persone incontrate.
La riflessione richiama anche Ugo Foscolo e il tema della memoria espresso nei Sepolcri. Attraverso la cosiddetta corrispondenza d’amorosi sensi, il poeta descrive il legame che continua a unire chi non c’è più e chi vive. In questa prospettiva, l’eredità di una persona non coincide con ciò che ha posseduto, ma con i rapporti costruiti, gli insegnamenti trasmessi e gli affetti capaci di proseguire nel tempo.
Gesti, affetti e valori che restano
Nel percorso proposto dall’artista, la memoria si compone di dettagli concreti: un sorriso, una frase abituale, un consiglio offerto in un momento difficile, il modo di camminare o di abbracciare. Sono elementi apparentemente semplici, ma destinati a diventare tessere preziose nella memoria di chi ha condiviso un tratto di vita con la persona scomparsa.
Un ruolo centrale viene attribuito anche all’amore dato e ricevuto, considerato la forza capace di resistere al tempo. Il legame affettivo, così come i valori trasmessi ai figli e ai nipoti, può trasformarsi in un punto di riferimento per le generazioni future. Anche l’assenza, con il passare del tempo, può assumere una forma diversa: il vuoto lasciato nelle case e nelle relazioni diventa una presenza silenziosa, capace di accompagnare le scelte e i passi di chi continua il proprio cammino.
La memoria dei defunti diventa così uno specchio per i vivi. Ricorda che il tempo acquista significato soprattutto nella condivisione e che il valore di un’esistenza non si misura soltanto nei risultati raggiunti. A rimanere sono soprattutto il modo in cui si è stati accanto agli altri, la capacità di ascoltare, di aiutare, di ridere insieme e di rendere, anche solo per una persona, il mondo leggermente migliore. Per questo, secondo la riflessione proposta da Gotta, fare memoria non significa soltanto piangere una perdita, ma riconoscere la profondità di un legame che la morte non è riuscita a cancellare.